Home Rassegna stampa La salute in italia non è più un diritto, soprattutto per le donne

La salute in italia non è più un diritto, soprattutto per le donne

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L’idea di salute è sempre stata “carica” di significati e “caricata” di implicazioni. Per la Costituzione è fondamento della dignità; nei luoghi di lavoro vuol dire altra organizzazione, negoziazione tra interessi; relativamente alla psichiatria e all’handicap, salute vale reintegrazione sociale e deistituzionalizzazione, negli ospedali salute e umanizzazione coincidono come nel territorio salute ed ecologia.

La salute è una superconcetto che si basa su due valori: la politicità cioè l’impossibilità di concepirla senza cambiare le “patologie” dello status quo, la valenza emancipativa cioè l’impossibilità di agirla senza riscattare la persona da un vasto sistema di svantaggi. La salute della donna, nel nostro paese, ha rappresentato il massimo dell’una e dell’altra.

L’intera legislazione, a partire dagli anni 70, la  abbina alla imprescindibilità di un forte cambiamento antropologico, culturale, sociale. Con la salute della donna non solo  si afferma la sessualità come valore, ma si va oltre il determinismo del pensiero binario: sessualità/concepimento, materno-infantile, libertà e responsabilità, sociale e sanitario ecc. La donna come tutti i soggetti non è una dicotomia. Questa idea ha dato un grande contributo allo sviluppo del welfare: ha innovato la forma banalmente ambulatoriale di servizio, le concezioni organicistiche della malattia, ha imposto una critica serrata al taylorismo  sanitario, imponendo nuove concezioni integrate del lavoro, ha allargato la conoscenza clinica oltre le classiche dicotomie cartesiane normale/patologico, oggettivo/soggettivo, mente/corpo, sociale/sanitario ecc.

Oggi la salute della donna, dopo più di trent’anni di riformismo tenendo conto delle grandi differenze interregionali, ha gli stessi problemi di fondo dell’intera sanità (tanti e forse un po’ di più) ma con una peculiarità: il sistema sanitario nei confronti del cambiamento epocale fatto da forti limiti economici tradisce problemi di “regressività”, al contrario la salute della donna che negli anni 70, era nata in chiave “antiregressiva”, subisce la “regressività” particolarmente antifemminile di questa fase: essa oggi è più ginecologica che mai, è nuovamente abbinata a variabili demografiche, le posizioni sulla fecondazione assistita in Italia sono le più arretrate, è comunque ridotta a organi malati da curare, i servizi ad essa dedicati si riambulatorializzano, la sessualità si riduce nel migliore dei casi a contraccezione, l’ostetricia esprime con i tagli cesarei i suoi opportunismi professionali alla faccia dell’empowerment.

Questo quadro prende forma dentro le politiche di ridimensionamento del welfare, silenziosamente in atto da un bel po’, tese semplicemente a ridurre il più possibile la spesa pubblica che da una parte scaricano sui cittadini che se lo possono permettere una quantità invereconda di oneri che finiranno nel privato, dall’altra scaricano sulle famiglie senza mezzi, l’assistenza ai soggetti più deboli della società (anziani, minori ecc).

Quelle donne che loro malgrado assommano almeno tre svantaggi (essere donna, meno abbienti e vivere in regioni svantaggiate), subiscono un ridimensionamento pesante dell’idea di salute, direttamente come soggetti titolari di un diritto, indirettamente come soggetti privati che dovranno  nelle loro famiglie integrare “gratuitamente” un welfare sempre più ridotto. Ma a parte differenze e discriminazioni di ritorno, oggi la salute della donna  venendo meno i suoi presupposti  di politicità e di emancipazione non è più un “superconcetto” ma nei casi migliori un “concetto” medico-sanitario che denota un certo declino di un certo grado di civiltà.
Articolo di Ivan Cavicchi
19 aprile 2011